Era in metropolitana, linea verde, tra Moscova e Cadorna. Una donna anziana, ottant’anni circa, capelli bianchi tagliati corti, una borsa di tela logora con qualcosa che sembrava un libro dentro. Stava parlando al telefono in russo — il russo non lo conosco, ma lo riconosco — e quando la porta si è aperta a Cadorna ho sentito il nome che qualcuno stava pronunciando dall’altra parte della linea. Ninel. Lei ha risposto qualcosa, ha chiuso il telefono, è scesa.

Mi sono rimasto seduto a pensarci per tutto il tragitto fino a Lotto.

Ninel. Lenin letto al contrario. Un nome che negli anni Venti dell’Unione Sovietica veniva dato alle bambine come si dà un nome a un’idea — non alla propria figlia, ma a qualcosa che si vuole che rimanga nel mondo dopo che si è finito di esserci.

La toponomastica dell’utopia

Il fenomeno dei nomi-acronimo e dei nomi politici nella prima Unione Sovietica è uno degli aspetti più curiosi e meno studiati di quell’esperienza storica. Il linguaggio cambia sempre quando cambia il potere — è una legge che vale per ogni rivoluzione, e che i teorici del linguaggio hanno analizzato più onestamente degli storici politici — ma l’URSS degli anni Venti portò questo cambiamento fino ai nomi propri, fino all’identità individuale, fino al modo in cui i genitori chiamavano i figli.

Ninel era il più diffuso tra i nomi palindromici leninisti: una bambina che portava Lenin letto al contrario, un nome che richiedeva di essere scoperto — una piccola allegoria del processo rivoluzionario, si potrebbe dire con ironia affettuosa. Accanto a Ninel c’erano Vladlen (Vladimir Lenin), Marlen (Marx e Lenin insieme), Stalina e Stalinа per le bambine, Oktyabrina per quelle nate in ottobre o in omaggio all’Ottobre. C’era anche Electra, non da Euripide ma dall’elettrificazione — Lenin aveva detto che il comunismo era il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese, e qualcuno aveva preso la cosa abbastanza sul serio da chiamare una figlia così.

Non erano imposizioni dall’alto, almeno non inizialmente. Erano scelte dei genitori: padri e madri che avevano attraversato la Rivoluzione e la guerra civile, che avevano perso fratelli e mariti nelle trincee della Grande Guerra o nelle steppe dell’Armata Bianca, e che sceglievano di depositare nei nomi dei figli qualcosa di quello che avevano creduto, combattuto, sofferto. Era un modo di trasferire la speranza nel futuro — letteralmente incisa nel corpo del bambino attraverso il nome — in un paese in cui il futuro sembrava, per la prima volta in secoli, effettivamente aperto.

Cosa significa portare un nome che è un progetto

La donna che ho visto scendere a Cadorna aveva probabilmente intorno agli ottant’anni. Questo significa che era nata all’inizio degli anni Quaranta — non negli anni Venti dell’entusiasmo rivoluzionario, ma già nel pieno del periodo staliniano. Il suo nome era arrivato fino a lei da un’epoca precedente: i genitori o i nonni avevano conservato il gesto, anche quando il contesto era già cambiato, anche quando il nome Ninel poteva cominciare a sembrare un residuo di qualcosa che il regime aveva trasformato in altro.

Portare un nome così per ottant’anni è una biografia involontaria. Ogni volta che qualcuno le chiedeva il suo nome — a scuola, in fila all’ufficio postale, firmando i moduli dell’ospedale, presentandosi a qualcuno in metropolitana — quella donna era costretta a evocare Lenin, a rispondere a domande, a gestire le reazioni. Nell’URSS tarda doveva essere diventato un nome ordinario, quasi invisibile. Dopo il 1991 era diventato qualcosa di diverso: un anacronismo, o una dichiarazione involontaria, o semplicemente uno dei tanti segni di continuità in un paese che stava cercando di dimenticare la propria storia.

Trotsky, esiliato e poi assassinato, aveva scritto ne La rivoluzione tradita (1936) una diagnosi impietosa di quel processo: non il fallimento del socialismo come progetto, ma la sua deformazione burocratica, la sua appropriazione da parte di un apparato che aveva sostituito i soviet con il partito e il partito con la nomenclatura. La critica di Trotsky è politica e punta a un soggetto responsabile — la burocrazia staliniana — che ha tradito le promesse dell’Ottobre. Ma c’è anche una dimensione più sottile, che riguarda il destino delle forme simboliche: cosa succede ai nomi, alle parole, ai gesti che una rivoluzione introduce nel mondo quando quella rivoluzione viene deformata o sconfitta?

I nomi sopravvivono. È forse la cosa più difficile da gestire: le forme del linguaggio durano più delle condizioni politiche che le hanno prodotte. Ninel era ancora lì, in metropolitana a Milano, decenni dopo la dissoluzione dell’URSS. Lenin al contrario, che continua a esistere nel corpo di una donna anziana che parla al telefono in russo.

Contro il revisionismo comodo

C’è una lettura dominante dell’URSS che si è imposta nelle scienze sociali e nel discorso pubblico occidentale negli ultimi trent’anni, e che è comoda nella sua semplicità: l’Unione Sovietica era un regime totalitario, le sue promesse erano inganno o illusione, i nomi come Ninel erano una forma di indottrinamento, e la fine del comunismo è stata la liberazione da un incubo. Fine della storia.

Questa lettura ha il vantaggio di non richiedere nessuna analisi seria. Permette di liquidare un’esperienza storica di settant’anni — un’esperienza in cui vissero, morirono, lavorarono, resistettero e collaborarono centinaia di milioni di persone — con una formula che soddisfa il senso comune post-1989 senza disturbare nessuna delle categorie con cui quel senso comune è stato costruito.

Eric Hobsbawm, nel Secolo breve (1994), propone una lettura più onesta: l’URSS fu una risposta storicamente determinata — contraddittoria, distorta, segnata da crimini reali — a un problema reale, quello della modernizzazione di un paese agricolo e arretrato in condizioni di accerchiamento imperialista, guerra civile e poi guerra mondiale. Non una risposta giusta, non una risposta senza costi enormi e spesso criminali, ma una risposta che aveva una propria logica interna, che non può essere liquidata con la categoria di “totalitarismo” senza perdere ciò che quella logica conteneva di problematicamente reale.

La distinzione che vale la pena conservare — e che il revisionismo anticomunista tende a cancellare — è quella tra le promesse dell’Ottobre e ciò che lo stalinismo fece di quelle promesse. Trotsky non aveva torto nel dire che la burocrazia aveva tradito la rivoluzione: aveva torto nel pensare che un altro gruppo di dirigenti, con la sua guida, avrebbe fatto necessariamente meglio, ma aveva ragione nel distinguere tra il progetto e la sua deformazione. Il nome Ninel apparteneva al progetto, non alla deformazione.

Il nome come traccia

Ho pensato spesso, in questi giorni, a cosa significhi portare un nome che è la speranza di qualcun altro. Non la speranza per il futuro del singolo figlio — che sopravviva, che abbia fortuna, che trovi un lavoro — ma la speranza per il futuro del mondo, incarnata nel corpo di una bambina. È un peso e un dono insieme: ti arriva qualcosa che non hai scelto, che dice qualcosa di preciso su chi ti ha messo al mondo e su cosa credeva, e che ti porta addosso per tutta la vita una domanda a cui devi rispondere in qualche modo.

La domanda, nel caso di Ninel, era: cosa è rimasto di quella promessa? Non in senso retorico — non “la Rivoluzione ha tradito i propri ideali?” — ma in senso biografico e materiale: questa donna, con questo nome, in questa città, cosa pensa di quel gesto che i suoi genitori o nonni hanno fatto di darle questo nome? Lo porta come un peso, come un’ironia, come un’eredità di cui andare orgogliosi, come qualcosa di cui si vergogna?

Non lo so. Non le ho parlato. Ma la domanda mi è rimasta addosso, più fastidiosa e più precisa di qualsiasi saggio di storia.

I nomi sopravvivono alle condizioni politiche che li hanno prodotti, e continuano a porre domande anche quando nessuno vuole più risponderci. Ninel è ancora nel mondo, che porta Lenin in metropolitana tra Moscova e Cadorna, e non chiede il permesso a nessuno di esistere.

Questa mi sembra, in fondo, la forma più elementare e più ostinata della memoria storica.


Il tema delle promesse non mantenute e della deformazione burocratica del socialismo si intreccia con le analisi sulla modernità tecnologica: si veda il testo su intelligenza artificiale e lavoro nel 2026, che porta la stessa domanda sul «chi possiede gli strumenti di produzione» nel contesto del capitalismo algoritmico. Sul piano della critica ideologica della distribuzione dei privilegi, si legga l’articolo su meritocrazia come ideologia borghese.