Pavia, 21 aprile 1921. È una giornata qualsiasi in una città universitaria del Nord Italia, in un paese che sta attraversando quello che storici futuri avrebbero chiamato il “biennio rosso” — anche se il rosso si stava rapidamente sbiadendo, travolto dall’offensiva fascista. Ferruccio Ghinaglia ha ventidue anni, guida la Federazione Giovanile Comunista Italiana nella provincia, e quella sera lo ammazzano fuori dal Politecnico. Lo trovano con ferite da arma da taglio. Non ci sarà nessuna condanna.
La scena va tenuta presente perché è la destinazione logica di una biografia breve e intensa. Non perché la morte sia il punto più importante della vita di un militante — questa è l’ottica dell’agiografia, che qui non interessa — ma perché la data, il luogo e le circostanze dell’assassinio di Ghinaglia dicono qualcosa di preciso sul periodo storico in cui aveva scelto di militare e sulle forze contro cui si era misurato.
Una generazione alla scissione di Livorno
Ferruccio Ghinaglia nacque nel 1898 — l’anno di nascita di una generazione che avrebbe fatto e subito le tragedie politiche più dense del Novecento italiano. Erano i ventenni della Grande Guerra, quelli che o erano stati al fronte o avevano visto i propri padri e fratelli tornarci distrutti. Erano anche i ventenni del biennio rosso: il periodo tra il 1919 e il 1920 in cui le lotte operaie e contadine avevano raggiunto un’intensità che non aveva precedenti nella storia italiana unitaria.
La formazione politica di Ghinaglia avvenne nel Partito Socialista Italiano, come per la maggior parte dei militanti della sua generazione. Il PSI era nel 1919 il partito di maggioranza relativa in Italia, con 156 seggi alla Camera e più di duecentomila iscritti. Era anche un partito lacerato da contraddizioni strategiche profonde, che la Rivoluzione d’Ottobre aveva reso insostenibili.
La questione era semplice, anche se le risposte erano complesse: si aderiva alla Terza Internazionale e alle sue ventuno condizioni, accettando la disciplina di partito, l’espulsione delle correnti riformiste, la costruzione di un partito rivoluzionario sul modello bolscevico? O si rimaneva nel PSI come era — ampio, plurale, elettoralmente forte ma strategicamente indefinito?
Al Congresso di Livorno del gennaio 1921, la scissione fu inevitabile. La corrente comunista, guidata da Bordiga, ottenne circa il trentaquattro percento dei delegati. La maggioranza rimase con Serrati — che rifiutava le ventuno condizioni ma non voleva rompere con l’Internazionale — mentre i riformisti di Turati avrebbero a loro volta formato il PSU l’anno successivo. Il Partito Comunista d’Italia nacque il 21 gennaio 1921, pochi mesi prima dell’assassinio di Ghinaglia.
Ghinaglia andò con i comunisti. Non è un dettaglio banale: significava scegliere, in un momento di riflusso già evidente del movimento operaio, la posizione politicamente più esposta, quella che puntava alla costruzione di un’alternativa rivoluzionaria invece di tentare di gestire la transizione verso un normalizzazione democratica che, come si sarebbe visto, non ci sarebbe stata.
Il biennio rosso: conquistare per non saper tenere
Per capire Ghinaglia bisogna capire il biennio rosso, e per capire il biennio rosso bisogna capire perché fu una sconfitta politica mascherata da vittoria parziale. Le occupazioni delle fabbriche del settembre 1920 — il momento più alto del ciclo di lotte — sono un caso di scuola in quello che Gramsci, nei Quaderni del carcere, avrebbe chiamato il problema del passaggio dalla “guerra di posizione” alla “guerra di manovra”: come si trasforma un conflitto diffuso e pervasivo in una crisi di potere che mette in discussione la struttura stessa dello Stato borghese?
«Il biennio rosso fu la prova che la classe operaia italiana aveva la forza per paralizzare il sistema produttivo, ma non aveva ancora la capacità politica per trasformarlo. Mancava l'anello di congiunzione tra la fabbrica e il potere.»
Questa la tesi che Gramsci svilupperà a posteriori, quando — dal carcere — potrà analizzare con la distanza critica che la militanza quotidiana non permetteva. L’occupazione delle fabbriche dimostrò la forza della classe operaia; la fine dell’occupazione, negoziata con Giolitti a settembre, dimostrò l’incapacità del PSI di trasformare quella forza in crisi politica. Il punto non è che i lavoratori avrebbero dovuto “fare la rivoluzione” — la questione è più complessa — ma che il partito non aveva né la strategia né la struttura per portare quella lotta a un livello superiore.
Paolo Spriano, nella Storia del Partito Comunista Italiano (vol. I, 1967), ricostruisce con precisione le condizioni in cui Ghinaglia e i suoi coetanei trovarono il movimento operaio all’indomani della scissione di Livorno: un movimento ridotto sulla difensiva, colpito da licenziamenti selettivi dei militanti più attivi, fronteggiante un fascismo che aveva capito benissimo che lo Stato liberale non avrebbe ostacolato le sue azioni punitive.
L’ascesa fascista come risposta di classe
Qualsiasi lettura del fascismo italiano che non lo inquadri come risposta di classe alla crisi del biennio rosso è fondamentalmente ideologica. Non si tratta di ridurre il fascismo a un mero strumento della borghesia — la questione della sua specificità politica, della sua base di massa interclassista, della sua autonomia relativa rispetto alle classi dominanti è reale e discussa — ma di capire che la violenza squadrista non era né casuale né spontanea.
Tra il 1920 e il 1922, le squadre d’azione fasciste condussero una sistematica campagna di distruzione delle organizzazioni operaie: sedi delle Camere del Lavoro, cooperative, redazioni di giornali socialisti, abitazioni di dirigenti sindacali e politici. Non era una risposta alla minaccia rivoluzionaria immediata — quella era già stata sconfitta — era la liquidazione preventiva di qualsiasi infrastruttura organizzativa della classe operaia che avrebbe potuto ricostruirsi. Era, nella formulazione di Bordiga, la reazione violenta del capitale a una crisi della sua autorità che non aveva saputo risolvere politicamente.
Ghinaglia fu ucciso in questo contesto. Non fu un incidente, non fu una rissa degenerata: fu parte di un pattern sistematico di assassini mirati di militanti operai e comunisti che le istituzioni dello Stato liberale tolleravano o attivamente coprivano. Il prefetto di Pavia, i carabinieri, la magistratura locale — nessuno di loro mostrò interesse particolare a individuare e processare i responsabili dell’omicidio. Il messaggio era chiaro.
Cosa rimane di Ghinaglia
La domanda è legittima nel 2026, in un contesto in cui la sinistra istituzionale italiana dedica le proprie energie commemorative a figure utili alla propria legittimazione progressista — Matteotti, magari, che era un riformista assassinato, comodo da ricordare perché non implica nessuna riflessione sulle ragioni strutturali del fascismo — mentre le biografie dei militanti comunisti del periodo vengono lasciate all’iniziativa di piccole case editrici di movimento o alla memoria delle sezioni locali.
C’è qualcosa di sintomatico in questo oblio selettivo. Ghinaglia non è dimenticato perché non è abbastanza importante: è dimenticato perché ricordarlo richiede di affrontare domande scomode. Perché il PSI non seppe costruire un’alternativa rivoluzionaria nel 1920? Perché la scelta di Livorno fu necessaria ma forse troppo tardiva? Perché lo Stato liberale lasciò fare alle squadre fasciste?
Queste domande non hanno risposte confortanti per nessuno: né per la sinistra parlamentare che ha ereditato (e poi abbandonato) il PCI, né per i socialisti che considerano Turati il loro padre fondatore, né per i liberali che leggono Giolitti come il grande moderatore. La biografia di Ghinaglia — giovane, combattivo, comunista, assassinato a ventidue anni — è scomoda perché non si presta a essere neutralizzata in un’immagine da calendario.
Spriano nota che la federazione giovanile comunista di quegli anni, di cui Ghinaglia era tra i dirigenti più attivi, era caratterizzata da una radicalità e un’intransigenza che il partito adulto — con le sue mediazioni e le sue tattiche — spesso faticava a gestire. Non era semplicemente impazienza giovanile: era la comprensione che in un momento di controrivoluzione violenta, la moderazione politica era una forma di capitolazione travestita da realismo.
Ricordare Ferruccio Ghinaglia nel 2026 non è nostalgia. È l’occasione per interrogarsi su quanto del problema che lui fronteggiava — costruire un soggetto politico capace di resistere alla violenza organizzata del capitale, senza dissolversi nell’attesa di condizioni migliori o nella gestione dell’esistente — sia ancora irrisolto. La risposta, a guardare lo stato della sinistra italiana e europea, è: molto.
Le commemorazioni vuote non lo onorano. Lo onorano le domande che la sua vita — breve, precisa, coerente — mette in campo e a cui non abbiamo ancora risposto.
Chi fosse interessato al contesto storico del biennio rosso troverà in questo articolo sul 1968 alcune riflessioni sul problema ricorrente della strategia dei movimenti operai europei di fronte alle crisi politiche. La questione della frammentazione e della ricomposizione del soggetto operaio è analizzata in modo sistematico nel testo sulla composizione di classe nel capitalismo postindustriale. Per un altro caso di storia militante subalterna — questa volta medievale — si veda la rilettura marxista di Fra’ Dolcino e il movimento degli Apostolici.