Ogni anniversario del 1968 produce la stessa letteratura. Da una parte, i reduci che celebrano la propria giovinezza rivoluzionaria con la commozione di chi sa che non si ripeterà. Dall’altra, i critici conservatori che individuano nell’anno delle rivolte le radici di tutti i mali contemporanei — dal declino dell’autorità alla crisi della famiglia, dal relativismo morale alla degenerazione universitaria. In entrambi i casi, il 1968 funziona come uno specchio: ognuno ci vede quello che vuole vedere.
Un’analisi marxista deve resistere a questa deriva autobiografica e memoriale. Il 1968 — meglio: il ciclo di lotte che va approssimativamente dal 1965 al 1977 in Europa occidentale — è un oggetto storico, e come tale va analizzato nei suoi risultati concreti, nelle sue contraddizioni, nei suoi limiti strategici, senza celebrazione né demonizzazione.
Il ‘68 come evento globale con geografie diverse
Il primo punto da chiarire è che “il ‘68” non è un evento unico: è una famiglia di eventi con caratteristiche diverse secondo i contesti nazionali e politici.
Il maggio francese è la sequenza più studiata: la rivolta studentesca dell’Università di Nanterre, il blocco della Sorbona, le barricate del Quartiere Latino, e poi — il momento decisivo — lo sciopero generale di dieci milioni di lavoratori che per un breve periodo sembrava mettere in discussione la stabilità del regime gollista. È il ‘68 del “tutto è possibile”, dell’immaginazione al potere, dei situazionisti. È anche il ‘68 in cui il PCF e la CGT — timorosi di essere superati a sinistra e incapaci di trasformare lo sciopero in una crisi di potere reale — negoziarono gli accordi di Grenelle, che aumentarono i salari del trentacinque percento e rimisero tutto al suo posto. De Gaulle sciolse l’Assemblea nazionale, stravincendo le elezioni di giugno. La “rivoluzione” era finita in tre settimane.
Il ‘68 italiano ha tempi diversi: comincia prima (le prime occupazioni universitarie sono del ‘67) e finisce molto dopo (il ciclo di lotte si chiude convenzionalmente con il 1977 o, per certi aspetti, con il 1980 e la sconfitta dei 35 giorni alla FIAT). L‘“autunno caldo” del 1969 — con gli scioperi selvaggi nei grandi stabilimenti industriali del Nord, la conflittualità nelle fabbriche, l’emergere del movimento studentesco come soggetto politico autonomo — è per molti aspetti più radicale del maggio francese: più radicato nel movimento operaio, più duraturo, più capace di produrre trasformazioni reali nei rapporti di forza.
Le conquiste reali: quello che rimane
Il bilancio del ciclo di lotte ‘68-‘77 non può essere solo sconfitta. Le conquiste concrete — spesso dimenticate nella retorica della “rivoluzione mancata” — sono reali e significative.
In Italia: lo Statuto dei lavoratori del 1970, che codificò una serie di diritti fondamentali dei lavoratori nelle imprese — dalla libertà sindacale alla limitazione dei licenziamenti — rimane tra i testi legislativi più importanti del dopoguerra. La riforma del divorzio (1970) e la legalizzazione dell’aborto (1978) trasformarono i rapporti di genere in modo irreversibile. La riforma sanitaria del 1978 istituì il Servizio Sanitario Nazionale universale, una conquista che trent’anni dopo la classe dirigente italiana sta ancora cercando di smantellare pezzo per pezzo. La riforma dell’università allargò massiccian l’accesso ai percorsi di studio superiori.
In Francia: la massiccia crescita salariale del dopoguerra ‘68 contribuì all’espansione dei consumi e alla stabilizzazione del “compromesso fordista” negli anni Settanta. La legislazione sul lavoro migliorò significativamente.
Queste conquiste non sono il risultato di una “rivoluzione”: sono il risultato di rapporti di forza modificati dalla conflittualità di massa, e cedute dalle classi dominanti come prezzo per la stabilizzazione del sistema. La distinzione è importante: dimostra che il conflitto produce risultati concreti senza necessariamente produrre una trasformazione radicale dei rapporti di produzione.
La sconfitta strategica
La conquista tattica e la sconfitta strategica non si escludono: possono coesistere nello stesso ciclo storico, e questo è esattamente ciò che accade nel ‘68 europeo.
La sconfitta strategica sta nel fallimento della costruzione di un soggetto politico capace di trasformare la conflittualità operaia e studentesca in una crisi di potere del capitalismo. Le ragioni di questo fallimento sono molteplici e dibattute.
La prima è la questione del partito. In Francia, il PCF si rifiutò di trasformare lo sciopero generale in strumento di crisi politica, per ragioni che combinano il calcolo tattico (la paura di perdere il controllo del movimento) con la strategia di lungo periodo del “socialismo in colori francesi” — l’orizzonte dell’alternativa parlamentare che non poteva rischiare la propria legittimità in un’avventura insurrezionale. In Italia, il PCI di Berlinguer optò per il “compromesso storico” — l’alleanza con la DC come strategia di stabilizzazione — nel momento in cui la conflittualità operaia era al suo massimo storico. La scelta di moderare il conflitto in cambio di influenza istituzionale è stata discussa all’infinito: l’esito — la crisi del partito negli anni Ottanta, lo scioglimento nel 1991 — non autorizza l’ottimismo retrospettivo.
La seconda ragione è più strutturale: il ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta si sviluppò in condizioni economiche particolari — la fase finale del boom postbellico — che non potevano durare. La crisi petrolifera del 1973 e la successiva stagflazione modificarono il contesto economico in modo radicale, riducendo i margini di manovra del riformismo keynesiano su cui molte delle conquiste sociali del periodo si basavano. Il capitale rispose alla crisi della redditività con la ristrutturazione industriale — l’automazione, la delocalizzazione, la frammentazione della grande fabbrica — che avrebbe eroso le basi materiali della composizione operaia su cui il movimento si fondava.
Il ‘77 come testamento
Il 1977 è, in molti sensi, l’anno in cui il ciclo si chiude, con una doppia sconfitta. In Italia, il movimento del ‘77 — più radicale, più disperato, più spezzettato del ‘68 — si scontrò con la repressione dello Stato e con l’isolamento politico prodotto dalla linea del PCI. A Bologna, il sindaco Zangheri chiamò le forze dell’ordine per sgomberare le occupazioni universitarie: un comunista che reprimeva un movimento di sinistra. L’episodio vale come sineddoche di un’intera strategia politica.
In Francia, la rottura del programma comune tra PS e PCF alle elezioni del 1977 — con le conseguenti sconfitte elettorali — segnò la fine dell’alternativa della sinistra unita, aprendo la strada alla vittoria di Mitterrand nel 1981 e alla politica dell‘“austerité” che ne seguì. Anche questo ha il sapore di una parabola.
Lezioni per i movimenti contemporanei
Il rischio di ogni “lezione storica” è il presentismo: proiettare le domande del presente sul passato e ricevere risposte preconfezionate. Con questa cautela, alcune osservazioni sul ciclo ‘68-‘77 sembrano sufficientemente robuste da valere come punti di orientamento per chi oggi prova a costruire una politica di trasformazione sociale.
La questione del potere non può essere rinviata indefinitamente. I movimenti che si limitano a costruire “controcultura” o a produrre conquiste parziali senza affrontare la questione di come si trasforma il potere politico ed economico rischiano di essere riassorbiti dal sistema che vogliono cambiare. Non è una critica alla “spontaneità”: è una constatazione che la spontaneità, per quanto necessaria, non è sufficiente.
La frammentazione dei soggetti non è necessariamente una forza. Il ‘68 ha prodotto, tra le sue conseguenze, una proliferazione di “movimenti parziali” — femminismo, ecologismo, movimenti per i diritti civili — che hanno conquistato importanti libertà individuali ma che, separati dal conflitto sulla distribuzione del potere economico, sono stati in larga misura integrati nel capitalismo come elementi di differenziazione del consumo. Il femminismo che vende “girl boss” e l’ecologismo che vende auto elettriche sono il risultato di questa integrazione.
La memoria storica non è un lusso. I movimenti contemporanei tendono a reinventare la ruota ogni generazione, ignorando sistematicamente le esperienze precedenti. Il ‘68 non è un modello da ripetere: è un caso storico da analizzare per capire cosa funzionò, cosa non funzionò e perché. Questo richiede non nostalgia ma studio.
Come scriveva Gramsci dai Quaderni del carcere, in una formulazione che non ha perso nulla della sua attualità: «La storia insegna, ma non ha scolari». Forse è giunto il momento di fare eccezione.