Nel 1958, il sociologo britannico Michael Young pubblicò un romanzo satirico intitolato The Rise of the Meritocracy. Il libro descriveva una distopia in cui la selezione sociale basata sul merito — quoziente intellettivo più impegno — aveva prodotto una nuova élite tecnocratica convinta di meritare il proprio privilegio in modo assoluto e definitivo. Young intendeva il meritocracy come un termine critico: una società che naturalizza le disuguaglianze spacciandole per il risultato oggettivo di capacità differenziali è, secondo lui, più disumana di una che almeno riconosce l’arbitrarietà della gerarchia.
Il destino del termine è beffardo: è diventato il nome di un’aspirazione positiva. I politici di tutti gli schieramenti — di centro-sinistra in modo particolare, si noti — invocano la meritocrazia come orizzonte desiderabile: una società in cui il figlio dell’operaio ha le stesse chances del figlio del manager, purché sia abbastanza bravo. Young, nell’anno precedente la sua morte nel 2002, scrisse un articolo sul Guardian esprimendo orrore per l’uso che si faceva del suo termine. Non servì a molto.
Che cos’è l’ideologia (e perché la meritocrazia ne è un esempio paradigmatico)
Marx ed Engels ne L’ideologia tedesca (1845-46) definiscono l’ideologia come il sistema di idee attraverso cui la classe dominante presenta i propri interessi particolari come interessi universali, e le condizioni storicamente contingenti dell’esistente come necessità naturali. Non si tratta di falsa coscienza nel senso di una menzogna deliberata: l’ideologia funziona meglio quando chi la produce e chi la riceve ci credono entrambi sinceramente.
La meritocrazia è un esempio quasi perfetto di questo meccanismo. L’idea che i risultati sociali riflettano capacità e impegno individuali è funzionale agli interessi delle classi dominanti in modo diretto — giustifica la disuguaglianza senza ricorrere a giustificazioni religiose o di sangue — ed è al tempo stesso percepita come una verità empirica da chi la professa. Il CEO che si è costruito la carriera “da solo” — il famoso self-made man — non mente necessariamente quando lo dice: semplicemente non vede le condizioni sociali che hanno reso possibile il suo percorso individuale.
Bourdieu e la riproduzione del capitale
La critica più sistematica della meritocrazia come meccanismo di riproduzione sociale viene da Pierre Bourdieu. Nei lavori degli anni Sessanta e Settanta — La Reproduction (con Jean-Claude Passeron, 1970) e La Distinction (1979) — Bourdieu sviluppa un’analisi del sistema scolastico e delle pratiche culturali che mostra come le disuguaglianze di classe vengano riprodotte attraverso meccanismi che appaiono meritocratici.
Il concetto centrale è quello di capitale culturale: l’insieme di competenze, disposizioni, conoscenze e pratiche culturali che le famiglie trasmettono ai figli per via di socializzazione, e che il sistema scolastico premia come se fossero capacità “naturali” dell’individuo. Il figlio di due insegnanti che arriva alla scuola elementare sapendo già leggere, con abitudine alla lettura, con familiarità con le istituzioni scolastiche e con la grammatica dei codici richiesti dall’insegnante, non ha un quoziente intellettivo superiore al figlio dell’operaio: ha accumulato capitale culturale che il sistema scolastico trasforma in vantaggio.
Questo vantaggio viene poi sistematicamente convertito in capitale economico — attraverso l’accesso a università prestigiose, a reti di relazione, a posizioni lavorative ben remunerate — chiudendo il circolo della riproduzione sociale. La mobilità sociale esiste — il sistema non è hermeticamente chiuso — ma avviene in misura molto inferiore a quella che il discorso meritocratico promette, e soprattutto avviene attraverso meccanismi che hanno poco a che fare con il merito individuale in senso stretto.
I dati (che la retorica meritocratica tende a non citare)
L’argomento borghese contro la critica della meritocrazia è spesso formulato come difesa dell’empiria contro il pregiudizio ideologico: “guardare i dati”. Vale quindi la pena guardare i dati.
In Italia, secondo le ricerche dell’Istat e della Banca d’Italia, la probabilità di un figlio di conseguire un titolo universitario è tre volte superiore se il padre è laureato rispetto a se il padre ha la licenza elementare. In Francia, il lavoro di Thomas Piketty e collaboratori mostra che la trasmissione intergenerazionale della ricchezza — il peso dell’eredità sul patrimonio totale — è tornata ai livelli della Belle Époque. Negli Stati Uniti, il “Grande Gatsby curve” — la correlazione negativa tra disuguaglianza economica e mobilità sociale — è documentata in modo robusto: i paesi con maggiore disuguaglianza hanno sistematicamente minore mobilità intergenerazionale.
La mobilità sociale nel senso meritocratico — la possibilità per chiunque di arrivare in cima con impegno e capacità — è inversamente correlata con l’entità della disuguaglianza. Il capitalismo contemporaneo, nella misura in cui produce crescente concentrazione della ricchezza, produce anche crescente chiusura delle opportunità. La meritocrazia come fatto empirico è in diminuzione proprio negli anni in cui la meritocrazia come ideologia è in espansione. La coincidenza non è accidentale.
Il merito come mistificazione del privilegio
C’è un aspetto ulteriore della critica marxista della meritocrazia che vale la pena sviluppare: il problema della definizione stessa di “merito”. In un sistema capitalistico, ciò che viene premiato come merito non è una qualità assoluta — l’intelligenza, la creatività, l’impegno — ma la capacità di produrre valore per il capitale nella forma richiesta dal mercato in un dato momento storico.
Il talento del programmatore di AI è “meritoriamente” remunerato nel 2026 non perché l’intelligenza del programmatore sia oggettivamente superiore a quella dell’infermiera, dell’insegnante o del camionista, ma perché in questo momento il capitale ha bisogno di programmatori di AI e non di infermiere, insegnanti o camionisti (o almeno non nella stessa misura). Il salario non misura il valore sociale del lavoro: misura il potere contrattuale di chi lo svolge nel mercato del lavoro in un dato momento.
Louis Althusser, nel saggio sugli “Apparati ideologici di Stato” (1970), osservava che la scuola è l’apparato ideologico dominante nella formazione sociale capitalistica: non perché istruisca male, ma perché istruisce bene — nel senso che forma soggetti adatti alle posizioni che il capitalismo richiede, inculcando al tempo stesso la credenza che queste posizioni siano il risultato del merito individuale. L’operaio non crede di essere sfruttato; crede di essere meno bravo del suo capo.
Meritocrazia e sinistra: un rapporto complicato
Vale la pena chiudere con una nota autocritica. La meritocrazia come ideologia non è appannaggio esclusivo della destra: è diventata negli ultimi trent’anni un elemento centrale della cultura politica della sinistra moderata, quella che Tony Blair chiamava “terza via” e che in Italia ha attraversato tutte le declinazioni del post-comunismo.
L’idea che la scuola pubblica debba “premiare il merito”, che le politiche sociali debbano essere condizionate alla “responsabilità individuale”, che le disuguaglianze siano accettabili purché siano il risultato di “pari opportunità di partenza” — sono tutte formulazioni che si inseriscono nella cornice meritocratica senza metterla in discussione. Possono essere intenzioni sincere; restano funzionali alla riproduzione del sistema che si propongono di riformare.
Una critica marxista della meritocrazia non richiede di negare che le capacità individuali esistano e abbiano rilevanza. Richiede di riconoscere che le condizioni sociali in cui queste capacità si sviluppano e vengono valutate sono prodotte da rapporti di classe, che i criteri di valutazione del merito non sono neutrali, e che un sistema che distribuisce l’accesso alle risorse fondamentali — reddito, salute, istruzione — sulla base di una gara truccata non diventa giusto aggiustando il punteggio di partenza di qualcuno.
Come scriveva Marx nell’Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel (1844): «La critica delle armi non può sostituire le armi della critica». La critica della meritocrazia è un’arma della critica. Non basta, ma è un inizio necessario.