Nel 1999, Ulrich Beck pubblicò Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro, sostenendo che le identità di classe stessero cedendo il posto a “biografie del rischio” individuali, in cui ciascuno costruisce il proprio percorso in modo irriducibilmente personale. Pochi libri hanno saputo essere simultaneamente così influenti e così smentiti dagli eventi. Due anni dopo, Beck stava ancora promuovendo il libro quando il primo Amazon Fulfillment Center europeo aprì i battenti a Regensburg, in Germania, con un modello di organizzazione del lavoro che Taylor avrebbe riconosciuto immediatamente.
La domanda sull’esistenza della classe operaia nel capitalismo postindustriale non è una questione accademica. Ha conseguenze dirette sulla possibilità di comprendere le trasformazioni in corso e — se si è interessati non solo a descriverle — di immaginare risposte collettive.
Il problema della definizione
Il punto di partenza obbligato è la distinzione marxiana tra classe in sé e classe per sé. La classe in sé è una categoria strutturale: un insieme di soggetti che condividono una posizione nei rapporti di produzione — tipicamente, la necessità di vendere la propria forza lavoro per sopravvivere. La classe per sé è la stessa categoria quando ha raggiunto una coscienza collettiva della propria posizione e agisce in modo organizzato sulla base di essa.
Buona parte del dibattito sulla “fine della classe operaia” confonde questi due piani. Il fatto che la coscienza di classe nel senso novecentesco — il legame tra identità lavorativa, organizzazione sindacale e progetto politico — si sia indebolita o frammentata non implica che la classe in sé sia scomparsa. Implica che la classe per sé stia attraversando una crisi di costruzione politica. È una differenza importante.
La composizione di classe: un concetto dinamico
Il marxismo operaista italiano degli anni Sessanta — da Raniero Panzieri a Mario Tronti, da Romano Alquati ad Antonio Negri — ha sviluppato il concetto di “composizione di classe” proprio per affrontare questo problema. La composizione tecnica di classe descrive i rapporti tra le diverse componenti del lavoro salariato dal punto di vista del processo produttivo: chi fa cosa, con quali strumenti, in quale relazione con gli altri lavoratori. La composizione politica descrive la capacità di queste componenti di riconoscersi come classe e di agire collettivamente.
La crisi della composizione politica non coincide necessariamente con la crisi della composizione tecnica. Può anzi dipendere da una ristrutturazione della composizione tecnica che il movimento operaio non ha saputo o potuto seguire. E questa è esattamente la tesi più convincente per spiegare il trentennio 1985-2015: la riorganizzazione postfordista del capitalismo ha prodotto una nuova composizione tecnica del lavoro — più frammentata, più dispersa geograficamente, meno concentrata in grandi insediamenti industriali — che ha reso più difficile, non impossibile, la ricomposizione politica.
I nuovi soggetti del lavoro salariato
Chi è oggi la classe operaia in un paese come l’Italia? La risposta richiede di abbandonare l’immagine del metalmeccanico maschio, bianco, a tempo indeterminato dell’Italia del miracolo economico, senza per questo abbandonare la categoria.
Il lavoro della logistica
Il settore della logistica è diventato, negli ultimi vent’anni, uno dei principali datori di lavoro operaio in Europa. I magazzini di Amazon, GLS, BRT, DHL ospitano lavoratori che svolgono mansioni fortemente routinizzate, sotto controllo algoritmico stretto, con salari bassi e alta intensità fisica. Il tasso di infortuni nel settore è sistematicamente superiore alla media manifatturiera. Il ricambio del personale è altissimo.
Questi lavoratori non sono “diversi” dagli operai di fabbrica del Novecento: sono operai di fabbrica con una fabbrica che si chiama “centro di distribuzione”. Le differenze sono reali — la frammentazione contrattuale, la prevalenza del lavoro interinale, la composizione etnica e migratoria — ma non cancellano l’identità strutturale della posizione.
E in effetti, nelle lotte della logistica degli ultimi quindici anni — dagli scioperi nei magazzini Fiducia Logistics di Piacenza ai blocchi ai centri Amazon di tutta Europa — si riconosce una forma di combattività operaia che la narrazione della “fine del lavoro” aveva dichiarato estinta.
I riders e la gig economy
I lavoratori delle piattaforme di consegna — i “riders” — hanno occupato un posto sproporzionato nel dibattito pubblico rispetto alla loro numerosità assoluta. Ma la loro rilevanza analitica è reale: rappresentano un esperimento di laboratorio sulle forme contemporanee di estrazione del plusvalore con maschera di lavoro autonomo.
Il punto centrale è la natura del controllo. Un rider di Deliveroo o Glovo non ha un contratto di subordinazione formale, ma è sottoposto a un controllo del processo lavorativo — attraverso l’algoritmo di assegnazione degli ordini, il sistema di valutazione, la geolocalizzazione in tempo reale — che è in molti casi più pervasivo di quello esercitato su un lavoratore subordinato tradizionale. La finzione del “lavoratore autonomo” non cambia la struttura del rapporto: è un meccanismo per scaricare sul lavoratore i rischi (il costo della bici, l’assenza di malattia e ferie pagata) mantenendo al capitale il controllo del processo.
I tribunali europei hanno cominciato a smontare questa finzione: le sentenze che riqualificano i riders come lavoratori subordinati — in Spagna, nel Regno Unito, in Italia — non fanno che riconoscere ciò che l’analisi marxista aveva già chiarito: la forma contrattuale non determina la sostanza del rapporto di produzione.
I knowledge workers e la questione della coscienza di classe
La categoria più problematica, dal punto di vista della composizione di classe, è quella dei lavoratori cognitivi: programmatori, analisti, giornalisti, professionisti della comunicazione, ricercatori. Queste figure tendono a identificarsi con la propria professione piuttosto che con la propria condizione di lavoratori salariati, e a coltivare un’ideologia della “carriera individuale” che rende difficile la solidarietà di classe.
Eppure, i processi oggettivi a cui sono sottoposti — precarizzazione crescente, compressione dei salari reali, perdita di controllo sul processo lavorativo — li avvicinano strutturalmente alla condizione operaia. Il giornalista freelance che lavora per quattro testate a compensi fissi, senza contributi previdenziali adeguati, sotto la pressione delle metriche di traffico, non è il professionista liberale del senso comune borghese: è un lavoratore dipendente senza il riconoscimento formale della dipendenza.
Qui la categoria gramsciana degli “intellettuali organici” torna utile non nel senso in cui Gramsci l’aveva elaborata — come descrizione dei produttori di egemonia al servizio di una classe — ma come descrizione di una posizione contraddittoria: inseriti in rapporti di produzione capitalistici, ma portatori di una auto-rappresentazione che oscura questa inserzione.
La frammentazione come strategia del capitale
Vale la pena chiudere con un’osservazione che ribalta la direzione della causalità. La frammentazione della classe operaia — la sua dispersione in mille forme contrattuali diverse, la sua divisione per settore, nazionalità, genere, status migratorio — non è semplicemente il risultato passivo di trasformazioni tecnologiche o economiche. È anche il prodotto di strategie deliberate del capitale per indebolire la capacità contrattuale del lavoro.
La deregolazione del mercato del lavoro degli anni Ottanta e Novanta — dalla riforma dei contratti flessibili in Italia alle riforme Hartz in Germania — non è stata guidata da imperativi tecnici: è stata il risultato di scelte politiche orientate a spostare il rapporto di forza tra capitale e lavoro. La moltiplicazione delle forme contrattuali non serve solo a ridurre i costi del lavoro direttamente: serve anche a impedire la formazione di identità collettive stabili su cui costruire l’organizzazione.
Riconoscere questa dimensione strategica è il prerequisito per non limitarsi a descrivere la frammentazione come un dato immutabile del capitalismo contemporaneo. Non è un dato immutabile: è il risultato di rapporti di forza che possono cambiare. La classe operaia esiste ancora — è solo distribuita in modo diverso rispetto al Novecento, e il movimento operaio non ha ancora trovato le forme organizzative adeguate a questa nuova distribuzione.
Ma le crisi, come insegna la storia, hanno la cattiva abitudine di accelerare questi processi in modo imprevedibile.