Esiste un test semplice per verificare se un’opera teorica ha ancora qualcosa da dire al presente: basta aprirla a caso e controllare se la pagina riguarda qualcosa che esiste ancora. Aprendo Il Capitale al primo volume, capitolo quattordici — la divisione manifatturiera del lavoro — si legge: «La divisione del lavoro all’interno della manifattura presuppone una concentrazione dei mezzi di produzione nelle mani di un capitalista; la divisione del lavoro all’interno della società presuppone una dispersione di tali mezzi tra molti produttori indipendenti di merci». Cambiare “manifattura” con “piattaforma digitale” e “produttori indipendenti” con “lavoratori autonomi della gig economy” e il paragrafo descrive Uber con una precisione che farebbe impallidire qualunque sociologo del lavoro contemporaneo.
Questo non è un gioco retorico. È il punto di partenza di qualsiasi rivisitazione seria dell’opera di Marx nel ventunesimo secolo: le categorie reggono, anche quando il fenomeno che descrivono si presenta sotto forme che Marx non avrebbe riconosciuto immediatamente.
La struttura dell’opera e il problema della ricezione
Il Capitale è un’opera incompiuta e stratificata. Marx pubblicò il primo volume nel 1867. Il secondo e il terzo furono pubblicati postumo da Engels nel 1885 e 1894. Le Teorie sul plusvalore — che avrebbero dovuto costituire il quarto volume — furono pubblicate da Karl Kautsky tra il 1905 e il 1910. L’opera che leggiamo oggi è quindi il risultato di un processo editoriale lungo trent’anni, con i relativi problemi di coerenza interna e di incompletezza delle sezioni più avanzate.
Questa stratificazione ha conseguenze dirette per la ricezione. Le letture “ortodosso-dogmatiche” tendono a trattare l’opera come un sistema chiuso e compiuto, ignorando le aporie e le incongruenze che Marx stesso non aveva risolto. Le letture “dissoluzioniste”, al contrario, usano queste incompiutezze come pretesto per dismettere l’intero apparato analitico. Entrambe sbagliano, ma sbagliano in modo simmetrico: non riconoscono che l’incompiutezza di Il Capitale è anche la sua forza — la forza di un’analisi che non ha smesso di aggiornarsi prima della morte del suo autore.
La prospettiva più produttiva è quella che Michael Heinrich definisce “marxismo della critica dell’economia politica”: un approccio che distingue nettamente le categorie analitiche fondamentali — valore, lavoro astratto, merce, capitale — dai contenuti storici contingenti a cui Marx le applicava, riconoscendo che quelle categorie possono essere utilizzate per analizzare fenomeni che Marx non conosceva.
Valore, lavoro astratto e il problema dell’economia digitale
La teoria del valore è il nucleo dell’analisi marxiana e il terreno su cui il confronto con il capitalismo contemporaneo è più controverso. La formulazione standard è nota: il valore di una merce è determinato dal lavoro umano socialmente necessario a produrla. È questa quantità di lavoro — non il lavoro concreto specifico del singolo operaio, ma il lavoro astratto mediato socialmente — a costituire la sostanza del valore.
La domanda che il capitalismo digitale pone con forza è: come funziona questa logica quando la “produzione” è sempre meno un processo fisico e sempre più un processo di elaborazione dell’informazione? Quando un algoritmo di raccomandazione di Netflix genera valore aggiunto, qual è il lavoro astratto che vi è incorporato?
La risposta più raffinata viene da chi — come Christian Fuchs e Nick Dyer-Witheford — ha sviluppato il concetto di “capitalismo cognitivo” o “capitalismo delle piattaforme” all’interno di un framework marxista. La loro tesi è che le grandi piattaforme digitali estraggono plusvalore non solo dai lavoratori salariati che le gestiscono, ma anche dagli utenti che le alimentano con i propri dati, la propria attenzione, i propri contenuti. È una forma di estrazione del valore che Marx non aveva teorizzato esplicitamente, ma che le sue categorie consentono di leggere.
In questa lettura, il “like” su Instagram non è un atto di partecipazione gratuita: è lavoro non remunerato che produce valore per il proprietario della piattaforma. L’utente è al tempo stesso consumatore e produttore — il termine “prosumer” coniato da Alvin Toffler negli anni Ottanta torna qui in una declinazione politico-economica ben più radicale di quanto il suo inventore intendesse.
La finanziarizzazione come momento della valorizzazione
Il terzo volume di Il Capitale si apre con un problema che Marx — in modo quasi spiazzante per chi lo conosce solo attraverso le semplificazioni — riconosce apertamente come non risolto nel volume precedente: la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. È il problema della “caduta tendenziale del saggio di profitto” e delle sue controtendenze, che occupa buona parte del terzo volume e che è rimasto al centro del dibattito marxista per un secolo e mezzo.
Quello che interessa qui è un’implicazione di lungo periodo di questa analisi: se il saggio di profitto tende a cadere nel settore produttivo, il capitale cercherà sbocchi alternativi alla valorizzazione. La finanziarizzazione estrema del capitalismo degli ultimi quarant’anni — la crescita esplosiva dei derivati, dei fondi speculativi, del debito privato e pubblico come vettore di accumulazione — non è una deviazione patologica da un capitalismo “sano”: è una risposta strutturale alla crisi della valorizzazione nel settore produttivo.
David Harvey ha sviluppato questo argomento con il concetto di “accumulazione per espropriazione”: il capitale si appropria di valore non (solo) producendolo attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato, ma sottraendolo — attraverso privatizzazioni, finanziarizzazione del debito, estrazione di rendita fondiaria — a settori della società che lo avevano accumulato in forme non capitalistiche. L’aumento dei prezzi immobiliari nelle grandi città non è un fenomeno autonomo: è parte di un sistema di valorizzazione che si nutre dell’espropriazione di reddito dai lavoratori a favore dei proprietari del capitale.
Plusvalore relativo e intensificazione del lavoro nell’era digitale
Una distinzione fondamentale nel primo volume di Il Capitale è quella tra plusvalore assoluto e plusvalore relativo. Il plusvalore assoluto si ottiene allungando la giornata lavorativa; il plusvalore relativo si ottiene aumentando la produttività del lavoro — attraverso l’innovazione tecnologica, la riorganizzazione del processo produttivo — in modo da ridurre la quota di tempo di lavoro necessario a riprodurre la forza lavoro, aumentando corrispondentemente la quota destinata alla produzione di plusvalore.
Il capitalismo del ventunesimo secolo ha sviluppato meccanismi di estrazione del plusvalore relativo di una sofisticazione che Marx non poteva prevedere. Il “management by algorithm” — la supervisione e l’ottimizzazione del lavoro attraverso sistemi automatizzati — realizza una forma di controllo del processo lavorativo che Taylor avrebbe apprezzato e che va ben oltre ciò che il taylorismo classico poteva fare. Il lavoratore della logistica che opera sotto la supervisione di un algoritmo di pick-and-pack non decide mai il proprio ritmo: l’algoritmo lo ottimizza in tempo reale sulla base dei dati aggregati di migliaia di lavoratori.
Questo non è “schiavitù digitale” nel senso retorico in cui il termine viene usato nel dibattito pubblico: è intensificazione del plusvalore relativo attraverso strumenti tecnologici. La categoria è vecchia; lo strumento è nuovo.
Cosa rimane e cosa va integrato
Nessuna lettura onesta di Il Capitale può pretendere che l’opera sia sufficiente a comprendere il capitalismo del 2026 senza integrazioni significative. Marx non aveva davanti a sé la mondializzazione finanziaria, il capitalismo di piattaforma, la crisi ecologica come limite interno alla valorizzazione, le nuove forme di riproduzione sociale che il femminismo marxista ha messo al centro dell’analisi nel corso del Novecento.
Ma queste integrazioni — e qui sta il punto che vale la pena ribadire — non richiedono di abbandonare il framework marxiano: richiedono di approfondirlo. La teoria del valore non va “superata” perché non spiega il plusvalore digitale: va estesa per includerlo. La critica dell’accumulazione primitiva non va archiviata perché il capitalismo contemporaneo non si espande più colonizzando terre vergini: va aggiornata alla forma contemporanea dell’accumulazione per espropriazione.
Rosa Luxemburg, criticando Marx nell’Accumulazione del capitale (1913), notava che l’analisi marxiana del processo di riproduzione allargata presuppone implicitamente un sistema capitalistico “puro”, privo di settori non capitalistici che ne garantiscono l’espansione. La critica era giusta — e Marx avrebbe probabilmente concordato, se fosse vissuto abbastanza da completare il terzo volume. Ma la critica di Luxemburg non dissolveva il framework: lo complicava, lo arricchiva, lo faceva andare più in profondità.
È questo il senso in cui Il Capitale resta, centocinquant’anni dopo, uno strumento di analisi indispensabile: non perché contenga tutte le risposte, ma perché pone le domande giuste. E porre le domande giuste, nella situazione attuale, è già un contributo che la maggior parte del pensiero economico mainstream non riesce a offrire.
Conclusione: leggere Marx contro il senso comune
C’è un’ultima ragione per cui vale la pena rileggere Il Capitale oggi, che non riguarda la teoria economica ma l’epistemologia politica. In un momento in cui il senso comune dominante presenta il mercato come un meccanismo naturale di allocazione delle risorse, la proprietà privata come un diritto fondamentale dell’individuo, e la disuguaglianza come il risultato inevitabile delle diverse capacità individuali, Il Capitale offre qualcosa di raro: uno sguardo sistematico sul funzionamento reale del sistema, che mostra come quegli esiti “naturali” siano il prodotto di rapporti sociali storicamente determinati, modificabili, contestabili.
Non è una lettura confortante. Marx non promette un futuro migliore: analizza un presente duro. Ma l’analisi rigorosa del presente è il prerequisito di qualsiasi progetto di trasformazione che non voglia ridursi a buone intenzioni.
E di buone intenzioni, nella sinistra contemporanea, non manca certo la disponibilità.